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Foto: Harvey Barrison, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Lingua e letteratura

Il siciliano

Non un dialetto, ma una lingua: la prima in cui, in Italia, si fece poesia d’arte.

Non un dialetto, ma una lingua: la prima in cui, in Italia, si fece poesia d’arte.

Una lingua del MediterraneoNon un dialetto: una lingua

Il siciliano non è una variante dell’italiano: è una lingua romanza autonoma, con un codice internazionale tutto suo (ISO 639-3: scn) e un posto nell’atlante UNESCO delle lingue da custodire. Lo parlano diversi milioni di persone, in Sicilia e nel mondo, ovunque l’isola sia emigrata.

Nasce dal latino portato dai Romani, ma in venti secoli ha assorbito tutti i popoli che hanno attraversato l’isola: il greco, l’arabo, il normanno-francese, il catalano e lo spagnolo. Il risultato è una delle lingue più stratificate e sonore del Mediterraneo — dove in una sola frase possono convivere Atene, Baghdad e Barcellona.

La Scuola sicilianaIl primo italiano

Nel Duecento, alla corte di Federico II di Svevia, tra Palermo e le città del Regno, nacque la prima poesia d’arte in una lingua romanza d’Italia: la Scuola siciliana. Fu qui che Giacomo da Lentini, notaio dell’imperatore, diede forma al sonetto, la struttura che avrebbe attraversato tutta la poesia europea fino ai nostri giorni.

Quella lingua poetica ebbe tanto prestigio che, un secolo dopo, Dante nel De vulgari eloquentia riconobbe che a ciò che gli italiani scrivevano in versi si dava, per merito, il nome di “siciliano”. In questo senso storico il siciliano è, letteralmente, il primo italiano: la lingua-madre della nostra poesia.

Le stratificazioniLe radici: chi ha parlato in Sicilia

Dal greco vengono parole di casa e di campagna come cirasa (ciliegia), babbaluci (lumaca), carusu (ragazzo) e infiniti toponimi. Dall’arabo, l’eredità più ricca: l’acqua e i giardini, il cibo e i sapori — zàgara, giuggiulena, cassata, zibbibbu — e nomi di luogo come Marsala, Alcamo, Caltanissetta.

I Normanni e gli Angioini lasciarono il francese di racina (uva) e muccaturi (fazzoletto); Catalani e Spagnoli parole di ogni giorno come addunàrisi (accorgersi), criàta (domestica), priàrisi (rallegrarsi). Ogni parola siciliana è un piccolo museo di storia mediterranea.

I grandiAutori e letteratura

La Sicilia ha dato alle lettere una quantità di voci sproporzionata alla sua misura. In siciliano poetarono Giovanni Meli nel Settecento e Domenico Tempio; nel Novecento Ignazio Buttitta ne fece lingua di lotta e di popolo, e Nino Martoglio la portò a teatro.

In italiano, ma con l’isola nel sangue, scrissero Giovanni Verga (I Malavoglia) padre del Verismo, Luigi Pirandello (Nobel 1934), Salvatore Quasimodo (Nobel 1959), Elio Vittorini, Leonardo Sciascia e Giuseppe Tomasi di Lampedusa del Gattopardo. E poi Andrea Camilleri, che con Montalbano ha inventato una lingua nuova, italiano e siciliano intrecciati, letta e amata in tutto il mondo.

Saggezza popolareProverbi

La saggezza dell’isola in poche parole. Passa il mouse (o tocca) per la spiegazione.

“Cu nesci, arrinesci”
Chi esce (parte), riesce
Chi lascia la propria terra e si mette in gioco riesce nella vita.
“Cu nun risica nun rusica”
Chi non rischia non rosica
Senza correre rischi non si ottiene nulla.
“Cu joca sulu, nun perdi mai”
Chi gioca da solo non perde mai
Chi agisce senza confronto crede sempre di aver ragione.
“Cu bonu simina, bonu arricogghi”
Chi bene semina, bene raccoglie
Il bene che fai ti torna indietro.
“Cu camina licca e cu s'assetta sicca”
Chi cammina lecca e chi si siede secca
Chi si dà da fare ottiene qualcosa, chi resta inerte no.
“Cu voli a Cristu si l'adura”
Chi vuole Cristo se lo prega
Chi desidera una cosa deve procurarsela da sé.
“Cu havi lingua passa u mari”
Chi ha lingua attraversa il mare
Chi sa parlare e chiedere arriva ovunque.
“Cu si fa pecura u lupu su mancia”
Chi si fa pecora il lupo se lo mangia
Chi si mostra troppo debole viene sopraffatto.
“Cu nasci tunnu nun pò moriri quatratu”
Chi nasce tondo non può morire quadrato
L'indole di una persona non cambia mai del tutto.
“Cu s'aiuta, Diu l'aiuta”
Chi si aiuta, Dio l'aiuta
Bisogna prima darsi da fare per meritare aiuto.
“Aceddu 'nta l'aggia nun canta p'amuri ma pi raggia”
L'uccello in gabbia non canta per amore ma per rabbia
Chi è privato della libertà agisce per frustrazione.
“Attacca u sceccu unni voli u patruni”
Lega l'asino dove vuole il padrone
Bisogna obbedire a chi comanda, anche quando ha torto.
“Amuri nun senti cunsigghi”
L'amore non ascolta consigli
Chi ama non ragiona e non accetta suggerimenti.
“A gatta pressarola fici i figghi orbi”
La gatta frettolosa fece i figli ciechi
La fretta porta a fare le cose male.
“A pignata taliata nun vugghi mai”
La pentola guardata non bolle mai
Aspettare con ansia rende tutto più lento.
“A megghiu parola è chidda ca nun si dici”
La miglior parola è quella che non si dice
A volte tacere è più saggio che parlare.
“Cchiù scuru di menzanotti nun pò veniri”
Più buio di mezzanotte non può venire
Quando si è toccato il fondo, le cose possono solo migliorare.
“Cani ca abbaia nun muzzica”
Cane che abbaia non morde
Chi minaccia molto di solito non passa ai fatti.
“Dimmi cu cu vai e ti dicu cu si'”
Dimmi con chi vai e ti dico chi sei
Le compagnie che frequenti rivelano il tuo carattere.
“Figghiu di gatta surci pigghia”
Figlio di gatta prende topi
I figli ereditano le inclinazioni dei genitori.
“Fai beni e scordatillu, fai mali e pensaci”
Fai il bene e scordatelo, fai il male e pensaci
Il bene va fatto senza vanto, il male va evitato riflettendo.
“Megghiu suli ca mali accumpagnati”
Meglio soli che mal accompagnati
È preferibile la solitudine a compagnie sbagliate.
“Quannu u jattu nun c'è, i surci abballanu”
Quando il gatto non c'è, i topi ballano
In assenza di chi comanda, gli altri si prendono libertà.
“Prima i denti e poi i parenti”
Prima i denti e poi i parenti
Prima si pensa a sé stessi e poi agli altri.
“Tantu va a quartara all'acqua, sina ca si rumpi”
Tanto va la brocca all'acqua, finché si rompe
A forza di rischiare, prima o poi si paga il conto.
“U pisci feti d'a testa”
Il pesce puzza dalla testa
I mali di un gruppo partono da chi sta al comando.
“U sazziu nun cridi ô diúnu”
Il sazio non crede al digiuno
Chi sta bene non capisce le sofferenze di chi sta male.
“U lupu perdi u pilu ma non u viziu”
Il lupo perde il pelo ma non il vizio
I difetti radicati non si abbandonano mai.
“Chi troppu voli nenti stringi”
Chi troppo vuole niente stringe
L'avidità eccessiva fa perdere tutto.
“Ogni impedimentu è giuvamentu”
Ogni impedimento è giovamento
Ciò che sembra un ostacolo spesso si rivela un vantaggio.
“Tanti galli a cantari nun fa mai jornu”
Con tanti galli a cantare non si fa mai giorno
Dove comandano in troppi non si conclude nulla.

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